Per attuare gli Obiettivi dell’Agenda 2030 dobbiamo fare del Mezzogiorno il laboratorio della sostenibilità. Bisogna anche impegnare le nuove generazioni, come annunciato dalla ministra Fedeli con la collaborazione dell’ASviS.

di Donato Speroni

Il Mezzogiorno è ormai la più grande area sottosviluppata di tutta l’Europa occidentale. Con i suoi venti milioni di abitanti è due volte la Grecia, il doppio del Portogallo. Fino a non molto tempo fa vi erano ampie regioni della Spagna e del Regno Unito, della Germania, in condizioni paragonabili al nostro Sud. Ora non più. Due anni or sono, un rapporto Svimez fece scalpore rivelando a tutti la cruda realtà”. Così ha scritto su La Repubblica l’economista Emanuele Felice, il 26 luglio. Due giorni dopo, in occasione delle anticipazioni del nuovo Rapporto Svimez, una slide del vicedirettore Giuseppe Provenzano ha rivelato un’altra cruda realtà: dal 2002 al 2015 sono emigrati dal Mezzogiorno 1.751mila persone, di cui 312mila laureati. Al netto dei ritorni, il Sud ha perso 716mila persone di cui 519mila giovani tra i 15 e i 34 anni, con una emorragia netta di 147mila laureati. Commenta la Svimez:

Nel 2016 si è avuta un’ulteriore conferma della crisi demografica delle regioni meridionali insorta nei primi anni Duemila e aggravatasi nel corso della pesante recessione economica. Il Sud non è già più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un'area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata. In base alle tendenze in atto, mentre la dinamica demografica negativa del Centro-Nord è compensata dalle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione "selettiva" (specialmente di qualità), con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite.

Culle vuote e talenti in fuga. Il Mezzogiorno diventa «la questione demografica»” ha scritto Dario Di Vico sul Corriere.

Nel corso di questa stessa settimana, una audizione alla Camera del direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat Roberto Monducci, in tema di contrasto alla povertà, ci ha ricordato (dati 2016) che il Mezzogiorno continua ad avere la percentuale più alta di persone in povertà assoluta, 9,8%, praticamente una su dieci. Dalla crisi del 2008 in poi, la povertà è cresciuta in tutte le regioni italiane, e più al Nord e al Centro, ripartizioni maggiormente investite dalla crisi economica, ma resta il fatto che il Mezzogiorno, con poco più di un terzo della popolazione italiana, ha il 43% dei poveri, oltre due milioni di persone.

La questione meridionale, ora aggravata da quella demografica, è tremendamente complessa e non è questa la sede per proporre soluzioni, che però certamente verranno trattate nel Rapporto 2017 dell’ASviS che sarà presentato alla Camera il 28 settembre. Non si tratta solo di abbattere la povertà (che peraltro il target 1,2 dell’Agenda 2030 ci impone di dimezzare nel quindicennio), ma di riflettere seriamente sul tipo di sviluppo che può trasformare il Sud. Se anche il Pil del Mezzogiorno crescesse di qualche decimale in più del resto d’Italia, come è avvenuto nel 2015 e nel 2016, non solo non si colmerebbe il divario per molti decenni, ma la dinamica economica del Sud andrebbe ancora una volta a bloccarsi sui fattori strutturali irrisolti.

Possiamo dire che una parte rilevante della partita sullo sviluppo sostenibile in Italia si gioca nel Sud. Il Nord Italia ha gravissimi problemi ambientali, a cominciare dall’inquinamento dell’aria nelle grandi città e dalla riconversione del suo apparato industriale verso fonti ed emissioni meno inquinanti, ma la sostenibilità, nell'accezione sancita dall'Agenda 2030, significa anche promuovere una crescita inclusiva e benessere collettivo. È nel Sud che si affonta la sfida per riqualificare il lavoro, definire uno sviluppo attento a tutti gli elementi della qualità della vita, adattarsi al cambiamento climatico che colpirà innanzitutto le regioni meridionali, rafforzare le istituzioni contro malavita e corruzione.

Sei delle 12 città metropolitane che hanno sottoscritto la Carta di Bologna per l’ambiente sono collocate nel Sud. Taranto, città simbolo della difficile conciliazione tra ambiente e industria, ha partecipato al Festival dello sviluppo sostenibile organizzato dall’ASviS con ben tre eventi, a conferma della forte attenzione a questi temi. E l’Alleanza ha aperto a Napoli il Festival col tema “Italia 2030: che nessuno resti indietro”. È stata una scelta voluta e significativa: il Mezzogiorno deve diventare il “laboratorio della sostenibilità”.

Per uno sviluppo sostenibile è anche indispensabile lavorare sulle nuove generazioni. Venerdì 28, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha presentato il primo Piano nazionale che recepisce gli obiettivi dell’Agenda 2030, sulla base delle indicazioni di un gruppo di lavoro coordinato dal portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini. Il Piano è articolato in 20 azioni che riguardano tutto lo spettro di attività del Ministero, suddivise in quattro macroaree: Edilizia e ambienti/ strutture e personale del Miur, Didattica e formazione dei docenti, Università e ricerca, Informazione e comunicazione.

Fonte: asvis.it