Diminuiscono gli anziani presi in carico nei servizi, gli utenti ospiti di strutture residenziali e la spesa per servizi sociali per anziani di regioni e comuni. E tra il 2014 e il 2016 sequestrate o chiuse 176 strutture, arrestate 68 persone e applicate sanzioni amministrative per quasi 1,3 milioni di euro. A fare un bilancio su come cambia l’assistenza agli anziani nel nostro paese è l’indagine “Domiciliarità e Residenzialità per l’invecchiamento attivo” promossa da Auser e presentata oggi alla Camera dei deputati. Secondo lo studio, nel 2013 sono circa 2,5 milioni gli anziani che in Italia ricorrono alla domiciliarità, mentre sono poco più di 278 mila quelli che hanno trovato assistenza in strutture residenziali. 

Che ci sia bisogno di una riflessione sul tema lo dicono i numeri. Secondo l’Istat, in Italia nel 2011 le persone con più di 65 anni erano più di 12 milioni, il 20,5 per cento del totale della popolazione. Nel 2050, però, gli anziani saranno oltre 21 milioni, cioè il 34 per cento della popolazione, e si passerà da un rapporto 1 a 5 rispetto alla popolazione generale a un rapporto 1 a 3. Anche la spesa per l’assistenza di lunga durata crescerà. Si passerà dall’1,9 per cento del Pil nel 2015 al 3,2 nel 2060. Tuttavia, spiega l’Auser, al momento e per la prima volta nel nostro paese la copertura dei servizi e degli interventi per anziani non autosufficienti presenta tutti segni negativi. “Diminuiscono gli anziani presi in carico nei servizi - si legge nel testo -; gli utenti ospiti di strutture residenziali fra il 2009 e il 2013 sono diminuiti del 9,1 per cento; quelli che hanno l’indennità di accompagnamento sono scesi dal 12,6 per cento del 2011 al 12,0 del 2013. La spesa per servizi sociali per anziani di regioni e comuni dal 2009 al 2013 è diminuita del 7,9 per cento”. 

Domiciliarità. Su questo tema, anche se i dati non sono molto recenti, si evidenzia una lieve flessione dei servizi: quelli di assistenza domiciliare integrata sono diminuiti di quasi un punto percentuale (da 41,9 per cento a 41), mentre quelli di assistenza domiciliare quasi di mezzo punto (dall’86,3 per cento all’85,7) nel periodo che va dal 2009 al 2013. In progressiva crescita, invece, il numero degli assistenti familiari, anche se Auser sottolinea la difficoltà di nel recuperare dati certi. Dal 2009 al 2015, secondo i dati Inps, il numero dei lavoratori domestici è cresciuto del 46 per cento “per un valore di non meno 9 miliardi di euro per circa 1,5 milioni di anziani”. Il possesso della casa ha contribuito non poco alla domiciliarità. Secondo quanto riportato da Auser, sono 10 milioni gli anziani che vivono in case di proprietà, cioè oltre 80 per cento della popolazione anziana italiana. Di questi, circa uno su tre vive solo, mentre le abitazioni in più della metà dei casi hanno più di 50 anni. Tuttavia è il 12,8 per cento di queste case che risulta essere in condizioni mediocri o pessime, una su cinque non ha un vero e proprio impianto di riscaldamento. Il 76 per cento, infine, è senza ascensore. 

Residenzialità. Sono oltre 12 mila i presidi pubblici o privati che erogano servizi di residenziali al 31 dicembre 2013. Un numero in calo rispetto al 2009, con una flessione del 7 per cento circa, mentre per quanto riguarda la distribuzione territoriale è il Centro Nord quello più rappresentato, con oltre il 75 per cento dei presidi. Nei diversi presidi, al 2013, lavorano oltre 308 mila persone e più di 54 mila volontari. Dati che mostrano una tendenza inversa rispetto al 2009: mentre i lavoratori erano 321 mila, i volontari erano oltre 42 mila. Crescono i volontari, quindi, e diminuiscono i lavoratori: questi ultimi sono diminuiti del 4 per cento, mentre i volontari sono aumentati del 28 per cento. In calo anche i posti letto. Sono oltre 384 mila (6,3 ogni mille persone) nel 2013 contro gli oltre 429 mila del 2009. Quelli riservati agli anziani, però, hanno visto una riduzione più marcata, cioè del 10 per cento circa: nel 2013 sono 278 mila i posti circa i posti riservati agli anziani, 22,5 per mille anziani. Gli squilibri territoriali, però, si mostrano in tutta la loro interezza soprattutto se si va a vedere la distribuzione dei posti letto. Al Nord, infatti, si concentra il 66 per cento dei posti letto, al Centro il 15 per cento, mentre al Sud e sulle Isole il restante 18,8 per cento. Degli oltre 278 mila anziani ospiti dei presidi, inoltre, il 75,7 per cento sono non autosufficienti, con un aumento di quasi un punto percentuale tra il 2009 e il 2013. Per quanto riguarda le diverse strutture, al 2013 risultano titolari gli enti non profit il 36 per cento delle realtà, di enti pubblici il 25 per cento, di enti religiosi il 15 per cento, mentre al profit vanno il 22 per cento delle strutture. In molte strutture, però, i titolari non sono anche i gestori ed è così che nel 75 per cento dei casi, nei presidi ci sono gestori privati. Più della metà dei presidi, inoltre, beneficia di finanziamenti pubblici. Sono il 66,7 per cento, un dato in calo rispetto al 2009 quando erano il 78,8 per cento. Dai dati, però, emerge che l’assistenza sanitaria nei presidi è del tutto assente per il 12,6 per cento dei posti letto, di basso livello nel 18,5 per cento dei presidi. Di medio livello in più del 44 per cento e di alto livello solo nel 24 per cento dei posti letto. Infine, la questione liste d’attesa. Quasi la metà dei responsabili delle Rsa, spiega il rapporto, afferma di avere delle liste d’attesa (sono il 45 per cento). Tempi d’attesa che, nel caso dei non autosufficienti, possono raggiungere i sei mesi. Scarsi, invece, i dati sulle rette. 

Comportamenti illeciti. I dati più aggiornati del rapporto Auser, però, sono quelli relativi ai comportamenti illeciti nelle strutture residenziali. Secondo quanto riportato dallo studio, sono 176 le strutture sottoposte a sequestro o a chiusura nel periodo che va dal 2014 al 2016. Nello stesso periodo, infatti, sono stati effettuati oltre 6 mila controlli da cui sono state segnalate 1.877 “non conformità”, mentre 1.622 persone sono state segnalate all’Autorità amministrativa. Ci sono stati anche 68 arresti, 1.397 persone segnalate all’autorità giudiziaria, oltre 3 mila sanzioni penali, più di 2 mila quelle amministrative per quasi 1,3 milioni. 

Fonte: Redattore Sociale