L'editoriale del Presidente della Fondazione Èbbene, Dino Barbarossa, su codice degli Appalti, mercato e Terzo settore ...

 

"Nel dibattito acceso sul codice degli Appalti e sugli interventi che vi si riferiscono si cerca di regolamentare il mercato per evitare che si alimenti un sistema corruttivo da tempo diffuso in ogni parte del Paese.

È un’esigenza sacrosanta, che deve però partire dalla consapevolezza che il sistema corruttivo non si è diffuso per colpa delle imprese, ma per colpa delle lobbies politico-affaristiche-mafiose.

Sono i poteri forti che da sempre inquinano il mercato e la società ed è veramente uno specchietto per le allodole ipotizzare che una impresa, una cooperativa possa determinare motu proprio le regole del gioco.

La prova di questa aberrazione sta nel fatto che le imprese inquadrate in questo gioco mutano pelle in maniera eterodiretta e addirittura passano dallo stato “inquinato” allo stato “libero” grazie ad una semplice ripulitura dei vertici aziendali.

Mi fa specie vedere le cooperative di “mafia capitale” – così come tante altre imprese sequestrate e interdette – che vengono commissariate e sol per questo rimesse nel sistema produttivo.

Mi chiedo se i requisiti con i quali queste imprese partecipano “libere” agli appalti non siano per caso stati acquisiti con il sopradetto sistema corruttivo. In altri termini un’impresa sta nel mercato grazie a requisiti acquisiti illegittimamente sol perché adesso ha un management istituzionale? E questo non è inquinamento del mercato?

Se però il tema del dibattito si riconduce unicamente alla “forma” delle gare d’appalto – massimo ribasso o offerta economicamente più vantaggiosa – allora è chiaro che si vuole affrontare la questione solo epidermicamente e non giungere al cuore del problema.

Peraltro mi risulta che le stazioni appaltanti continuino ad evidenziare una grande fantasia di comportamenti, senza che si riesca ad ottenere una vera omogeneità del sistema.

Nel campo dei Servizi socio-sanitari-educativi, poi, il tema diventa ancora più stringente, perché mi chiedo cosa c’entri il mercato con il welfare.

È evidente che la mia è una provocazione, se questo Settore è diventato polo di attrazione per Lobbies politico-affaristiche-mafiose.

Ma volendo provocare fino in fondo, quando parliamo di Servizio socio-sanitari-educativi parliamo di servizi pubblici esternalizzati e parliamo di servizi rivolti ai cittadini.

Molto semplicemente il Soggetto pubblico titolare dei Servizi decide di svolgere una sua funzione affidandola ad imprese che – per definizione – dovrebbero essere no profit.

Ma se un ente pubblico decidesse di dialogare direttamente con il cittadino, questo “mercato” scomparirebbe, mentre permarrebbero ed anzi si svilupperebbero forme di impresa relazionale e comunitaria.

La mia idea è che si stabiliscano i Livelli essenziali di assistenza e cura e le relative tariffe e che ogni cittadino, in ogni parte del Paese, possa chiedere come diritto ed ottenere come prestazione servizi socio-sanitari-educativi.

All’erogazione di tali servizi provvedono imprese no profit che abbiano un accreditamento ed un radicamento territoriale e che vengano scelte dal cittadino.

In questa condizione dov’è il mercato? E soprattutto come si inquina?

Mi piacerebbe che nel dibattito attuale rientrassero concetti come “comunità”, “territorio”, “relazione”, “accreditamento”, “qualità” (non il pezzo di carta, ma la qualità praticata),…

Ritengo che se prevalessero questi elementi nel dibattito e soprattutto si mettesse al centro questa modalità di costruzione del Sistema dei Servizi socio-sanitari-educativi, ne trarrebbe giovamento il Terzo Settore autentico e tutte quelle forme di Impresa che hanno un vero approccio comunitario.

Ritengo che la Cooperazione sociale sia nata per questo e che le nuove forme di Impresa sociale più orientate al profitto ed al mercato non siano da mescolare con le prime.

Non serve una concorrenza spietata e non servono macchine da guerra per stare dentro un Sistema comunitario e relazionale: serve una chiara mission ed un orientamento alla persona fragile.

Vi sono enormi potenzialità connesse alla diffusione, entro il terzo settore, dei sistemi collaborativi. I sistemi collaborativi rappresentano un concetto più ampio della sharing economy, la ricomprendono insieme al crowfunding, alle campagne civiche e in generale a tutte le azioni sviluppate grazie alla partecipazione civica delle persone. E di qui le riflessioni ulteriori che si aprono: l'importanza degli aspetti reputazionali e fiduciari per aggregare l'azione, il ruolo delle tecnologie nel "disintermediare" le relazioni. E quindi i possibili anelli di congiunzione tra sistemi collaborativi e terzo settore, in particolare dove il sistema collaborativo implichi una reale comunità di relazioni.

"Tenere quindi saldamente insieme da una parte l'innovazione apportata dai sistemi collaborativi e dall'altra la coesione sociale che si declina in giustizia sociale, collettività plurale, comunità comprensiva, vuol dire lavorare per il raggiungimento di obiettivi culturali e di contaminazioni operative dove terzo settore e "mondo collaborativo" trovano un cantiere comune" (Carlo Andorlini).

Occorre ripartire da un'azione di prossimità che si strutturi attraverso "luoghi di prossimità", cioè luoghi - ad esempio porzione di territorio urbano degradato - in cui la comunità territoriale si impegni nell'interesse comune.

La Cooperazione sociale autentica può accettare questa sfida ed esserne protagonista e può generare – come già fa - forme di collaborazione con i cittadini e le Istituzioni che affianchino ai servizi forme di collaborazione collettiva al miglioramento dei luoghi e della vita relazionale delle persone.

 

Dino Barbarossa – Presidente Fondazione Èbbene